Tra i gruppi più rappresentati nelle carceri italiane oltre la metà provengono da paesi musulmani

Tra i 10 gruppi nazionali più rappresentati all'interno delle carceri italiane, oltre la metà (6) provengono da paesi tradizionalmente musulmani: Marocco, Tunisia, Albania, Algeria (al 5° posto), Egitto (9°) e Senegal (10°), per un totale di circa 10.000 detenuti. Lo evidenzia il “Rapporto di monitoraggio della protezione delle minoranze nell’Unione Europea: la situazione dei musulmani in Italia”, presentato nei giorni scorsi a Roma.

         Per agevolare la conoscenza dei diritti dei detenuti, il Dipartimento amministrazione penitenziaria ha finanziato la traduzione nelle lingue maggiormente parlate dagli immigrati di alcune parti del regolamento penitenziario e di testi informativi sui diritti dei carcerati; inoltre ha anche intrapreso attività di cooperazione con il Cies per facilitare il processo di integrazione degli stranieri extracomunitari. E nel 2000 è stato adottato un nuovo regolamento carcerario che contiene anche una nuova disciplina sull’osservanza dei precetti religiosi alimentari in carcere: “Il decreto afferma che le regole religiose devono essere tenute in considerazione per quanto possibile nella preparazione degli alimenti dei detenuti, che spazi adeguati devono essere messi a disposizione per il culto e la formazione religiosa e che le visite di rappresentanti religiosi devono essere consentite su richiesta del detenuto”.

Ancora non decollano gli aiuti per l’esercizio della tutela giurisdizionale. Il gratuito patrocinio è disponibile per tutte le persone non abbienti sulla base di una semplice dichiarazione giurata approvata dall’Autorità consolare, senza alcuna discriminazione di fede, razza, sesso o lingua. Ciononostante, il rapporto Eumc 2002 sull’Italia afferma che “le tutele garantite dalla legge del 1998 sono poco conosciute tra gli stessi avvocati”. Mancano programmi di sussidio legale specifici per i cittadini musulmani o per i membri di minoranze religiose, non ritenuti necessari, dal momento che l’ordinamento italiano (sia civile che penale e amministrativo) si ispira al principio di laicità. In ogni caso, in attuazione del diritto di difesa, gli imputati che non parlano la lingua italiana hanno diritto ad un interprete gratuito. Tutti devono essere informati dei propri diritti in una lingua da loro conosciuta e la Corte di Cassazione ha dichiarato che ogni atto giudiziario che non sia stato tradotto nella lingua dell’indagato o dell’imputato deve essere considerato nullo e privo di effetti. Nel processo civile, coloro che non parlano italiano possono essere assistiti da un interprete e il giudice determinerà su quale parte graveranno le spese. Ciononostante l’ufficio italiano della Federazione di Helsinki ha recentemente sottolineato che gli immigrati ricevono ancora un’assistenza legale insufficiente “anche per ragioni linguistiche”. Il rapporto della comunità islamica con la giustizia italiana è ancora indefinito e controverso: infatti, sebbene il sistema giuridico del nostro paese riconosca e garantisca un largo numero di diritti alle minoranze linguistiche o tradizionali e alle minoranze religiose “il cui statuto giuridico è definito attraverso una legge speciale e intese con lo Stato”, con i musulmani “un’intesa non è stata ancora conclusa”, pertanto i loro diritti collettivi “non risultano pienamente tutelati. I musulmani incontrano difficoltà ad aprire moschee e luoghi di culto, ad osservare le proprie festività religiose ed esercitare altri riti religiosi”. I dati non rivelano un’attitudine particolarmente ostile o discriminatoria contro i musulmani all’interno del sistema giudiziario italiano; tuttavia “non sono infrequenti casi di violenza contro immigrati, inclusi i musulmani, da parte sia di privati che di pubblici ufficiali. Non vi sono generalmente prove sufficienti per stabilire la motivazione razziale o religiosa di tali violenze e, in pratica, molte di esse restano impunite. Nella maggioranza dei casi queste violenze non sono denunciate e sfuggono ad ogni rilevazione statistica”. 

 

Prime 20 nazionalità detenuti stranieri al 31/05/2002

Paese

Totale

% donne

Marocco

3.797

0,4

Albania

2.790

2,5

Tunisia

2.109

0,9

Algeria

1.538

0,5

Jugoslavia

902

12,6

Romania

736

6,9

Nigeria

576

27,1

Colombia

516

26,2

Croazia

213

13,1

Senegal

202

1,0

Ecuador

165

27,9

Egitto

165

1,8

Turchia

156

1,9

Cina pop.

153

10,5

Perù

145

20,7

TOTALE

17.095

6,0

 

Fonte: Dossier Statistico Immigrazione, 2002 su dati del Ministero della Giustizia-DAP  

 

Detenuti extracomunitari per posizione giuridica e distribuzione geografica al 31/05/2002

Regioni

Non definitivi

Difinitivi

Internati

Totale

% vertic.

% non def. su tot.

Piemonte

1.041

688

1

1.730

10,1

60,2

Valle D'Aosta

50

60

0

110

0,6

45,5

Liguria

482

287

0

769

4,5

62,7

Lombardia

2.159

989

5

3.153

18,4

68,5

Emilia R.

980

2.024

6

1.576

9.2

62,2

Friuli V.G.

199

578

18

337

2,0

59,1

Veneto

702

562

0

1.265

7,4

55,5

Trentino A.A.

126

66

1

192

1,1

65,6

Lazio

1.155

890

0

2.045

12,0

56,5

Marche

139

134

0

273

1,6

50,9

Toscana

898

789

6

1.693

9,9

53,0

Umbria

244

221

0

465

2,7

52,5

Abruzzo

146

261

0

407

2,4

35,9

Basilicata

45

111

0

156

0,9

28,8

Calabria

194

203

0

397

2,3

48,9

Campania

454

305

11

770

4,5

59,0

Molise

18

42

0

60

0,4

30,0

Puglia

286

174

0

460

2,7

62,2

Sardegna

99

356

2

457

2,7

21,7

Sicilia

346

432

2

780

4,6

44,4

TOT. ITALIA

9.763

7.286

46

17.095

100,0

57,1

 

Fonte: Dossier Statistico Immigrazione, 2002 su dati del Ministero della Giustizia - DAP

 

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