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		<title>Atei.it</title>
		<link>http://www.atei.it/</link>
		<description><![CDATA[Notizie ed informazioni sugli atei, l'ateismo e sull'interferenza delle religioni nella società, con forum per il vero luogo d'incontro tra laici e credenti.]]></description>
		<language>it</language>
		<lastBuildDate>Fri, 18 May 2012 10:55:40 GMT</lastBuildDate>
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			<title>X = radq(-1)</title>
			<link>http://www.atei.it/183-discussioni-in-generale?s=e1058c6229483112e125f1bcfeb34780/40815-x-radq(-1)?goto=newpost</link>
			<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 18:17:31 GMT</pubDate>
			<description><![CDATA[Questo è un pensiero filosofico.

L'"incognita" è la base indeterminabile della natura dato che ogni cosa naturale concorre costantemente a risolvere se stessa, mediante le altre, nelle proprie necessità in ogni istante del tempo infinito.

La natura può esistere mutevolmente, e quindi nel tempo, grazie all'in-solvibilità della sua incognita originale, che si rivela nella necessità costante di cambiamento di ogni suo aspetto. Metaforicamente, come se un unico dio, sentendosi solo all'inizio dei tempi, stesse creando la realtà con l'immaginazione, per ovviare alla sua solitudine di essere unico, ma che, per non sentirsi tale, debba imprimere in ciò che crea la sua stessa solitudine affinché le cose si cerchino reciprocamente dimenticando così la loro solitudine. Il gioco della natura sarebbe quello di simulare una soluzione mediante la costruzione di oggetti che paiono finiti e relazionati reciprocamente tra loro dal fatto che ognuno è "non finito" per causa della consustanziale incognita a cui rimanda, ma "vede" in "altro" una possibilità di soluzione, che diventa illusoria per l'uomo se la immagina come definitiva. Da qui la follia di matematici, di filosofi, di scienziati, di alchimisti, ma anche di innamorati e dittatori che hanno inseguito quest'idea, che volevano vedere a tutti i costi una soluzione grandiosa nell'oggetto della loro ricerca senza pace. La razionalità dell'uomo, infatti, si muove nel campo del finito che è già un aspetto del gioco della natura, cioè della forma sulla quale poi si fonda il concetto di quantità. "Incognita", infatti, significa "valore sconosciuto" che ci si propone di determinare a partire da valori e numeri noti. Il problema è che anche questi valori noti contengono la stessa incognita naturale, cioè fanno riferimento a oggetti che non sono finiti. Già la parola "oggetto" è sinonimo di solidità ma anche di possibile dissolvimento, il che si mescola con i concetti di "vano", "incerto", "sfumato", "precario", "effimero". Alla razionalità scientifica non resta altro che limitarsi a giocare sui rapporti tra le forme pensandole come finite, poiché non può conoscerne confini dato che esistono solo all'apparenza, anche scendendo nell'infinitamente piccolo dei quanti o delle onde. Purtroppo, però, se la "quantità" di tali forme è la sua unità di misura, questa è anche il suo limite dato che ciò che osserva è sempre limitato a una quantità, cioè a un sistema chiuso, mentre ogni cosa in quanto forma, quantità e posizione nel tempo, cioè l'essere non finito di una cosa, è determinata dal divenire di tutto il resto del cosmo e, senza andare necessariamente su leggi fisiche, posso dire che: "Il mio destino è determinato anche dalla presenza di una lontanissima stella che cattura anche solo per un istante la mia attenzione". Ogni cosa è infinita in quanto sfumata dal rapporto con le infinite cose dell'universo. È perciò un errore attribuirle una quantità fissa e sviluppare formule su tale presupposto. La scienza deve inevitabilmente accontentarsi di una formula errata enunciando che l'influenza di ciò che sta fuori dal sistema preso in considerazione è trascurabile. La formula che ricava è perciò errata, cioè non rappresenterà mai la realtà, ma sempre solo una sua immagine piu o meno appannata. Anche il concetto di numero, sul quale il pensiero razionale si fonda, non trova mai perfetto accoglimento nella realtà se non come principio dogmatico legato alla forma e, il numero, è alla base del pensiero razionale. Idem per la parola che è un suono associato a un'immagine della realtà che nasconde l'incognita. Se si tentasse di spiegare l'essenza di una semplice parola con altre parole, si girerebbe attorno all'infinito a meno che non si dica che "l'albero è ciò che si sta guardando". Perciò ogni discorso, che fatto di parole, architetta solo un'immagine della realtà superficiale per cui la causa primordiale non può essere svelata.

Quindi la scienza, con le sue formule, non dice verità ma concorre al gioco della rappresentazione della realtà, sentendosi occupata nel tentativo di risolvere l'incognita.

La natura perciò supera sempre la razionalità scientifica in quanto l'incognita esiste come obiettivo momentaneo, ma indeterminabile in assoluto, avvolgendo la ragione nel non senso della follia originaria.


Aggiungo questo testo tratto dal libro "Storia della filosofia occidentale" al capitolo "9: Gli Atomisti", scritto da Bertrand Russell, uno dei più grandi matematici di tutti i tempi.

"Era cosa comune nell’antichità rimproverare agli atomisti di attribuire tutto al caso. Essi erano al contrario stretti deterministi, e credevano che tutto accadesse secondo leggi naturali. Democrito negava esplicitamente che qualcosa potesse accadere per caso (vedi Beiley, opera cita, pagina 121, sul Determinismo di Democrito), Leucippo, benché la sua esistenza sia discussa, è noto per aver detto: «Nulla accade per nulla, ma tutto da una origine e per necessità». è vero che non ha dato mai alcuna ragione per cui il mondo debba esser stato al principio così come era; questo forse poteva essere attribuito al caso. Ma una volta che il mondo esisteva, il suo ulteriore sviluppo era inalterabilmente fissato da princìpi meccanici. Aristotele ed altri rimproveravano a lui ed a Democrito di non aver dato spiegazioni intorno al moto originario degli atomi, ma in questo gli atomisti erano più scienziati dei loro critici. La causalità deve partire da qualcosa, e là dove essa parte non si può attribuire nessuna causa al dato iniziale. Il mondo può essere attribuito ad un Creatore, ma anche in questo caso del Creatore stesso non si dànno spiegazioni. La teoria degli atomisti, in realtà, era più vicina a quella della scienza moderna di ogni altra teoria propugnata nell’antichità. Gli atomisti, a differenza di Socrate, di Platone e di Aristotele, cercarono di spiegare il mondo senza introdurre la nozione di scopo o causa finale. La « causa finale » di un avvenimento è un fatto futuro, in grazia del quale l’avvenimento stesso si verifica. Negli affari degli uomini questa concezione è applicabile. Perché il fornaio fa il pane? Perché la gente avrà fame. Perché vengono costruite le ferrovie? Perché la gente vorrà viaggiare. In casi simili le cose sono spiegate dallo scopo a cui servono. Quando chiediamo « perché?» riguardo ad un fatto, possiamo intendere tutte e due le cose. Possiamo intendere: « A quale scopo sarà accaduto questo fatto?» oppure: « Quali precedenti circostanze lo hanno causato?» La risposta alla prima domanda è una spiegazione teleologica, ossia una spiegazione per mezzo delle cause finali; la risposta alla seconda domanda è una spiegazione meccanicistica. Non vedo come si poteva sapere in anticipo quale delle due domande la scienza avrebbe dovuto porre, o se avrebbe dovuto porle entrambe. Ma l’esperienza ha dimostrato che la domanda meccanicistica conduce alla conoscenza scientifica e la domanda teleologica no. Gli atomisti posero la domanda meccanicistica e dettero una risposta meccanicistica. I loro successori, fino al Rinascimento, si interessarono di più alla domanda teleologica, e così spinsero la scienza in un vicolo cieco. *Per entrambe le domande esiste però una limitazione, spesso ignorata sia tra i profani che tra i filosofi. Nessuna delle due domande si può porre intelligibilmente intorno a tutta la realtà (compreso Dio), ma soltanto intorno a delle parti di essa.* Quanto alla spiegazione teleologica essa arriva, di solito in breve, ad un Creatore, o almeno ad un Artefice, i cui scopi si realizzano nella natura. Ma se uno è così ostinatamente teleologico da continuare a chiedere qual fine il Creatore persegua, diventa evidente che la sua insistenza è empia. Ed è per di più priva di significato, dato che per darle un senso dovremmo supporre il creatore creato da qualche supercreatore, i cui scopi egli serve. La concezione di scopo, quindi, è applicabile solo entro la realtà, non a tutta la realtà. Un ragionamento non dissimile si applica alle spiegazioni meccanicistiche. Un dato evento è causato da un altro, il secondo da un terzo e così via. Ma se cerchiamo una causa per il tutto, siamo di nuovo portati al Creatore, che dev’essere privo di causa. Tutte le spiegazioni causali devono quindi avere un principio arbitrario."
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			<content:encoded><![CDATA[<div><font size="3"><span style="font-family: times new roman"><span style="font-family: times new roman">Questo è un pensiero filosofico.<br />
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L'&quot;incognita&quot; è la base indeterminabile della natura dato che ogni cosa naturale concorre costantemente a risolvere se stessa, mediante le altre, nelle proprie necessità in ogni istante del tempo infinito.<br />
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La natura può esistere mutevolmente, e quindi nel tempo, grazie all'in-solvibilità della sua incognita originale, che si rivela nella necessità costante di cambiamento di ogni suo aspetto. Metaforicamente, come se un unico dio, sentendosi solo all'inizio dei tempi, stesse creando la realtà con l'immaginazione, per ovviare alla sua solitudine di essere unico, ma che, per non sentirsi tale, debba imprimere in ciò che crea la sua stessa solitudine affinché le cose si cerchino reciprocamente dimenticando così la loro solitudine. Il gioco della natura sarebbe quello di simulare una soluzione mediante la costruzione di oggetti che paiono finiti e relazionati reciprocamente tra loro dal fatto che ognuno è &quot;non finito&quot; per causa della consustanziale incognita a cui rimanda, ma &quot;vede&quot; in &quot;altro&quot; una possibilità di soluzione, che diventa illusoria per l'uomo se la immagina come definitiva. Da qui la follia di matematici, di filosofi, di scienziati, di alchimisti, ma anche di innamorati e dittatori che hanno inseguito quest'idea, che volevano vedere a tutti i costi una soluzione grandiosa nell'oggetto della loro ricerca senza pace. La razionalità dell'uomo, infatti, si muove nel campo del finito che è già un aspetto del gioco della natura, cioè della forma sulla quale poi si fonda il concetto di quantità. &quot;Incognita&quot;, infatti, significa &quot;valore sconosciuto&quot; che ci si propone di determinare a partire da valori e numeri noti. Il problema è che anche questi valori noti contengono la stessa incognita naturale, cioè fanno riferimento a oggetti che non sono finiti. Già la parola &quot;oggetto&quot; è sinonimo di solidità ma anche di possibile dissolvimento, il che si mescola con i concetti di &quot;vano&quot;, &quot;incerto&quot;, &quot;sfumato&quot;, &quot;precario&quot;, &quot;effimero&quot;. Alla razionalità scientifica non resta altro che limitarsi a giocare sui rapporti tra le forme pensandole come finite, poiché non può conoscerne confini dato che esistono solo all'apparenza, anche scendendo nell'infinitamente piccolo dei quanti o delle onde. Purtroppo, però, se la &quot;quantità&quot; di tali forme è la sua unità di misura, questa è anche il suo limite dato che ciò che osserva è sempre limitato a una quantità, cioè a un sistema chiuso, mentre ogni cosa in quanto forma, quantità e posizione nel tempo, cioè l'essere non finito di una cosa, è determinata dal divenire di tutto il resto del cosmo e, senza andare necessariamente su leggi fisiche, posso dire che: &quot;Il mio destino è determinato anche dalla presenza di una lontanissima stella che cattura anche solo per un istante la mia attenzione&quot;. Ogni cosa è infinita in quanto sfumata dal rapporto con le infinite cose dell'universo. È perciò un errore attribuirle una quantità fissa e sviluppare formule su tale presupposto. La scienza deve inevitabilmente accontentarsi di una formula errata enunciando che l'influenza di ciò che sta fuori dal sistema preso in considerazione è trascurabile. La formula che ricava è perciò errata, cioè non rappresenterà mai la realtà, ma sempre solo una sua immagine piu o meno appannata. Anche il concetto di numero, sul quale il pensiero razionale si fonda, non trova mai perfetto accoglimento nella realtà se non come principio dogmatico legato alla forma e, il numero, è alla base del pensiero razionale. Idem per la parola che è un suono associato a un'immagine della realtà che nasconde l'incognita. Se si tentasse di spiegare l'essenza di una semplice parola con altre parole, si girerebbe attorno all'infinito a meno che non si dica che &quot;l'albero è ciò che si sta guardando&quot;. Perciò ogni discorso, che fatto di parole, architetta solo un'immagine della realtà superficiale per cui la causa primordiale non può essere svelata.<br />
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Quindi la scienza, con le sue formule, non dice verità ma concorre al gioco della rappresentazione della realtà, sentendosi occupata nel tentativo di risolvere l'incognita.<br />
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La natura perciò supera sempre la razionalità scientifica in quanto l'incognita esiste come obiettivo momentaneo, ma indeterminabile in assoluto, avvolgendo la ragione nel non senso della follia originaria.<br />
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<font color="#ff0000">Aggiungo questo testo tratto dal libro &quot;Storia della filosofia occidentale&quot; al capitolo &quot;9: Gli Atomisti&quot;, scritto da Bertrand Russell, uno dei più grandi matematici di tutti i tempi.<br />
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