I credenti di qualsiasi religione riposano sulla delega ad altri, tacita o espressa, circa la scelta della via e delle categorie etiche e cognitive da seguire nella propria vita. Può trattarsi di comoda fiducia nella malleveria altrui o di accidia intellettuale o di quietismo temperamentale, capaci di tacitare ansie e dubbi, ambizioni e curiosità. La ricerca del sapere viene sostituita con l'imparare testi indiscutibili ma edificanti: bibbie, corani, catechismi, rivelazioni ed esoterismi vari. Come l'animale in cattività baratta la perdita di libertà con vitto, alloggio e protezione dal predatore, così molti preferiscono abdicare alla libertà di pensiero e di eretica trasgressione con la beatificante, tranquillizzante, pacificante, moralmente suadente, comunitariamente aggregante, tradizionalmente rispettosa accettazione del "libro di testo" da imparare, accettare, osservare e non discutere.
E i noncredenti? A loro non è concesso questo alibi cognitivo, debbono arare loro stessi il territorio culturale che invocano; imparare è un verbo inconiugabile a vantaggio del capire, del porsi domande, dell'infrangere tabù. È il riscatto di sé come Uomo e non come mammifero. Ma è poi così? I credenti normalmente sanno assai poco dei recessi della loro dottrina e si contentano di pochi luoghi comuni identitari. Di nuovo: e i noncredenti? Ahimé, ve ne sono troppi cui basta di sé dire: sono ateo, sono agnostico, io non credo, le religioni sono stupidaggini, quando l'unica stupidaggine è contentarsi di definizioni vuote non suffragate da ricerca, dubbi, missione di sapere e fatica di tentare di capire. Apprezzo molto una frase del noncredente Cacciari: «chi non si è mai posto il problema di dio è uno che non pensa». È soltanto domandando a se stessi e cercandosi attorno che si arriva ad una consapevolezza responsabile della propria noncredenza.
Le pagine di NonCredo vorrebbero dare una mano a questo fine.
| Succ. > |
|---|